Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere
SPOGLIATO DAL PESO DELL’IDENTITA’
ORA SONO IO, NO QUELLO CHE FACCIO
ASSAPORO IL SAPERE DELLA NATURA
DEPURATO DAL VELENO DEL PROGRESSO
ERRANTE, ALLA RICERCA DELLA VERITA’
HO SCALATO MONTAGNE
PER ALLONTARMI DALL’UOMO
LASSU’, NEL SILENZIO, HO SCOPERTO L’UOMO
ALLEGGERITO DAL PESO DELLA RAGIONE
HO VOLATO CON LO SGUARDO DI UNA RONDINE
HO ATTRAVERSATO LA MIA VITA,
ABBANDONANDO, SENZA RIMPIANTI
QUESTO CORPO, RESO AL PADRONE
LA MIA ANIMA NON HA BISOGNO DI BAGAGLI
La vita è scelta, qualunque essa sia, e definisce comunque i contorni della nostra esistenza.
Ma per scegliere bisogna prima conoscere se stessi....
Non scrivo per stupire o suscitare il consenso su ovvietà, ma, come del resto faccio nelle diverse attività che impegnano la mia vita, di capire quello che sono e cosa sto cercando di fare.
Comunque, in generale, più che scrivere trovo maggiore diletto nel leggere i post, le poesie e, soprattutto, i voli fantastici di alcuni bloggers, che giocano con le parole, componendo dei meravigliosi scritti, pieni di speranza, di emozioni, che fanno riflettere sulla nostra natura perennemente insoddisfatta, e lasciano intendere negli estensori una sofferta esperienza di vita.
Ho smesso di sognare tanti anni fa, quando ho capito che era difficile realizzarli.
Ritengo che il desiderio di avere e la volontà di fare, siano i connotati salienti che caratterizzano la nostra specie, e, che ognuno di noi, nel corso della vita, nella pratica del mondo, acquisisce un carattere individuale, empirico, diverso in ognuno, come le impronte digitali, anche se le mode e le idee effimere, che ci tormentano in modo arrogante, tentano di omologare come le tegole di un tetto.
Il detto “conosci te stesso”, non ha un significato così ovvio, come può apparire di prima acchito. La sua apparente leggerezza, spesso ritenuta legata soltanto ai nostri intimi pensieri astratti, rivela in realtà un’importanza fondamentale per la nostra esistenza, determinante soprattutto nella sfera delle scelte di base, quelle che facciamo nel corso della vita quando incrociamo un bivio.
Acquisire la vera conoscenza di se non è facile. Ma è fondamentale ottenerla perché la sua consapevolezza ci aiuta a discernere cosa è pertinente all’uomo in genere, come carattere della specie, e cosa è a lui soltanto possibile nel volere, come nel fare, in forza di tale individualità empirica.
Quindi conoscere se stessi vuol dire trovare in sé le disposizioni per tutte le aspirazioni che possono essere realizzate, perché sono alla portata delle proprie capacita individuali.
Come la strada che percorriamo fisicamente sulla terra è sempre una linea, e non una superficie, così nella vita, quando scegliamo di possedere una cosa, dobbiamo rinunciare ad innumerevoli altre. Se non sappiamo discernere le giuste aspirazioni, e quindi egoisticamente scegliamo tutto quello che nel passare ci attrae, allora questa è l’insensato impulso naturale a trasformare in una superficie la linea della nostra esistenza. Corriamo come oche, vagando di qua e in là, senza approdare a nulla. Non si può avere tutto nella vita.
Finché non avremo capito il nostro carattere empirico, costruito con l’esperienza di vita, faremo scelte sbagliate, malgrado l’apparente coerenza naturale ai nostri istinti irrazionali, perché vedremo davanti a noi cose come possibili e raggiungibili e tuttavia non sapere quale di esse sia a noi conforme e quindi attuabile. Scelte sbagliate che ci tormenteranno per tutta la vita con i sentimenti del rimorso, del rimpianto e dell’invidia.
Conoscere se stessi è anche la via per distaccarsi dalle illusioni e vedere il mondo con gli occhi disincantati.
Infatti l’esperienza ci insegna che la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza ed il dolore sono reali e si annunciano direttamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa.
Conoscere se stessi vuol dire acquisire la capacità di sapere ciò che si vuole e sapere ciò che si può: solo così il carattere di ognuno sarà originale ed autogeno, e solo allora potremmo compiere qualcosa di buono, senza invidiare situazioni che non sono adatte alle proprie capacità individuali.
Conoscere se stessi è prendere coscienza dei propri limiti, quindi essere umili e, soprattutto, giusti e tolleranti delle scelte altrui, spesse volte non adatte al proprio carattere individuale.
Alcuni utili aforismi:
"Non puntare su ciò che non ti è proprio: la speranza delusa fa soffrire”;
“Niente è altrettanto implacabile e spietato dell’invidia, eppure siamo costantemente impegnati a suscitarla con tutte le nostre forze”.
Conoscere se stessi è la condizione senza la quale non si è se stessi, e la nostra vita si identifica con qualcosa che non ci appartiene (droga, alcool, moda estrema, ricerca affannosa di beni voluttuari inutili ed effimeri, bullismo, razzismo ed indifferenza).
Scegliere di vivere intensamente le proprie passioni, senza esitare, per evitare, alla fine, guardandosi indietro, di rammaricarsi di aver vissuta inutilmente...
La vita è scelta, qualunque essa sia, e definisce comunque i contorni della nostra esistenza..
Verso il buio, fuggiasco dagli affanni
Lontano dalla luce dei riflettori
Mani infilate in tasche sfondate
Ombra calata su occhi svenduti
Mente confusa nel silenzio della notte
Disincantato, smarrito, realizzo:
Valore vacuo e senza senso
Corpo perduto in spazi indefiniti
Attimo fugace in tempo senza fine
Memoria labile disciolta nell’oblio.
Dionisio, svestita l’episteme secolare,
disilluso da un ordine claustrofobo,
disincantato, è posto nudo,
al cospetto dell’incerto divenire.
La ragione, crollata come due torri,
orfana di millenni di falsità,
si abbandona al corpo,
innalzando gli istinti agli onori dell’altare.
Dioniso, si riflette nello stagno.
attorno, l’estasi estrema di coribanti
che danzano, seguitando
l’evoluzioni di canti orgiastici.
Senza più ragione, segue le
Baccanti, che, come erinni impazzite,
sfogano la loro natura selvaggia
sul fragile uomo, scolpito da secoli di tradizioni.
Il Kaos, come un totem, è innalzato
al centro di quel santuario votato alla bramosia.
Sacerdotesse, bagnate dal dolce nettare,
si prostrano dinnanzi a quel obelisco,
glorificando la buona novella: Dio è morto.
L’Iraq, la leggendaria mesopotamia, posta tra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate.
Il primo giorno la sentinella si trovò a scrutare il deserto, uno spazio infinito, dove lo sguardo si perdeva nell’orizzonte lontanissimo, una linea sottile, deformata dagli effluvi dell’arsura, tra il cielo e la terra, una striscia di colori dai toni sbiaditi tra il giallo ed il turchese.
Gli occhi, senza protezioni, stentavano davanti alla luminosità insolita di quella distesa. Il capo, chiuso nell’elmo di guerriero, non udiva i rumori della natura, ma quelli del freddo ronzio delle trasmissioni intermittenti, che violentavano quel silenzio secolare, impenetrabile, posto tra lui e quel nulla.
Il corpo, indurito dal caldo ed innalzato contro la luce, stava fermo come una statua di marmo. Le braccia, esposte alla calura, gravavano il peso dell’arma, alla quale le mani si erano aggrappati, come ad un ramo sicuro proteso verso quell’abisso.
Carovane di viandanti apparivano impresse su quel muro impalpabile, come figure cinesi. Procedevano lente, oscillanti sinuosamente alla cadenza dei loro animali, disegnando profili velati di un alone sfavillante. Le palme sembravano mani aperte, con le dita allungate verso il cielo.
Quel paesaggio era incantato. Aveva il dono di proiettarti in un mondo astratto, irreale, lontano dagli affanni della quotidianità.
La mente senza i punti essenziali, senza l’evidenza delle cose reali, facilmente si dissolve nel limbo della fantasia. Così, come un’entità spogliata dalla materia, diventa pensiero puro che si eleva trascinando la coscienza nei cunicoli delle immaginazioni.
La sentinella, estraniatasi in quell’attimo d’estrema contemplazione, percepì se stessa come un soldato di Roma, proiettato nel passato, che, dopo duemila anni, viveva nuovamente le emozioni dei suoi illustri antenati. Gioiva al pensiero di trovarsi lì, ad osservare direttamente quei luoghi che furono il teatro di mille battaglie, la culla di civiltà potenti, smarrite nella memoria dei secoli, gli Ittiti, gli Assiri e Babilonesi.
Quel giorno, il primo, fu l’ultimo in cui la mente poté prendere la distanza dalla quotidianità di quelle terre martoriate dalla paura.
Una pacca sulla spalla lo fece destare da quel sogno eroico, una voce quieta, sicura, un amico. Lui lo fissava e, come riflettendosi allo specchio, sorrideva aggiustandogli l’elmo: “Andiamo i terroristi hanno colpito nuovamente! Questa volta è toccato ad un pulman!”
Quando giunse sul posto, una strada qualunque, un luogo comune, gli venne in mente la canzone di Fabrizio De Andrè, “Il bombarolo”, perché potè costatare personalmente la forza distruttiva del tritolo sulle persone, il terrore della bomba che, indifferente, esplode raggiungendo il suo scopo estremo. Mentre osservava quel luogo reso unico dal terrore, con angoscia capì che laggiù, quella, era la quotidianità della vita, la normalità della gente Irachena, resa possibile soltanto dalla capacità distruttiva dell’uomo, connotato esclusivo della razza terrestre.
Non restava altro che contare i morti. Gente semplice, madri, figli, padri e nonni, lontana anni luce dalla politica del terrore dei signori della guerra, estranei alle lotte tribali, e, malgrado tutto, quel giorno, giunti puntuali all’appuntamento con la loro storia, fatta di attimi di quotidianità.
La mesopotamia, una terra posta tra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate.
La sentinella sgomenta, smise di pensarsi come ad un soldato di Roma, lì la gloria era una vanità fuori luogo, un vanto di altri tempi.
Il ragazzo che era in lui, l’adolescente che aveva sognato di vivere la storia di Alessandro Magno, di vedere con gli occhi della mente la bellezza dei giardini pensili ed i palazzi superbi degli antichi babilonesi, si ritrovò in una realtà diversa, più cupa, dove lo spirito dell’esploratore doveva fare i conti con il terrore del l’uomo.
L’umanità, quando naufraga nella volontà distruttiva, è capace di rendere possibile la visione dell’inferno. La storia si ripete in continuazione, come un eterno ritorno, come se ogni secondo della nostra vita si ripete un numero infinito di volte. L’uomo non imparerà mai dai propri errori.
La missione di pace continuava, lo sguardo fiero dei suoi uomini gli ricordava quello che era:
Era il sogno di un bambino, che si poneva in fondo alla coda, come un muro, un margine, contro il naufragio degli ideali di libertà e la disperazione degli esclusi.
Lui, era lì, per difendere con la forza chi non aveva la forza per difendersi dai nuovi barbari.
Era una speranza di vita sulla morte, una forza vitale che aiutava la storia a riprendere il suo cammino civile, laddove si era smarrito, come nei libri di storia.
Ad un caro amico…..
Solitario, siedo sull’argine del fiume.
L’acqua fluisce lentamente.
I piedi, immersi in quel flusso,
sentono i brividi del fondo.
I pensieri, ugualmente, scorrono via.
Incorporati in quelle strette anse.
Trascinati, dolenti,
sull’arenile come sassi consunti.
Tutto fugge, nello sgomento.
Pensiero smarrito senza luce.
Fenomeno estraneo al senso.
Coscienza assurda nel divenire.
Universo senza logica.
Immergersi in quel fluido fuggente.
Anelare l’apatia di quel freddo.
Separarsi dagli affanni, e non essere più.
Questo ha senso.
Ho chiesto a mio figlio, adolescente, di descrivermi la sua prima esperienza in discoteca:
“Le luci si spengono e si accendono caoticamente e freneticamente.
Ora rossi, ora blu, ora verdi i fari illuminano la pista gremita di persone che si agitano, saltano, ballano e si stringono una sull’altra.
La sala non è molto grande e la musica è fortissima: la cassa della batteria ripete incessantemente, prima veloce, poi lento, sempre lo stesso suono.
La musica è talmente forte che i miei timpani sembrano esplodere.
Mi siedo. Il tavolo è umido.
Vengo disturbato dall’odore soffocante e nauseante del fumo di una sigaretta lasciata lì, a bruciare nel posacenere.
La mia attenzione viene attirata dall’incessante tintinnio dei bicchieri e dei boccali che, come fossero inesauribili, vengono continuamente afferrati e riempiti dal barman e dalle numerose cameriere.
La ragazza al bancone, rigorosamente vestita di verde fluorescente, come il neon che mi illumina il viso, ripete in continuazione: “ciao! Cosa prendi?” oppure “cosa ti do?”.
Torno in pista.
Vengo scaraventato prima a destra, poi a sinistra, da un turbine di ragazzi e ragazze che si muovono vorticosamente.
Mi faccio catturare dall’energia del momento ed anch’io, come tanti altri, inizio a ballare a ritmo della musica dance e a squarcia gola intono quella canzone che mi tormenterà per tutta l’estate.”
Fabrizio